Sono stati giorni pesanti questi appena passati.
La mia dolce nonnina ha deciso di lasciarci ne giorno di Santa Lucia, dopo un brutto periodo di sofferenza.
Non so di preciso cosa dire. Sono in quella fase di “ha smesso di soffrire” e nello stesso tempo “poteva stare con me ancora un po’… conoscere il piccolo Andrea, vedermi all’altare”.
La mia testa e il mio cuore combattono da quando è iniziato questo periodo di schifo.
La ragione mi continua a dire che piuttosto che vederla soffrire è meglio così. Il mio cuore continua a dire che non si è fatto abbastanza. Che di quattro ospedali in una città come Milano, il migliore è stato allo stadio finale. Che se non ci fossero stati degli errori medici a monte sarebbe ancora qui con noi. Che alcune lauree in medicina secondo me le ha date Topolino (ed è quasi un complimento), che quando decidi di portare una persona all’ospedale ti senti quasi in colpa perchè pensi di abbandonarla.
Quando la imbottisci di medicine sperando che la facciano guarire, tu lo fai con il cuore, con l’amore, con tutto l’affetto possibile. Solo dopo vieni a scoprire che le facevano male. Che la cura medica prescritta la stava intossicando. Che i problemi ai reni di una povera anziana di 90 anni vengono calcolati come se fosse zero.
Entri in alcuni ospedali e sei un numero. Neanche. Quasi una seccatura. Tanto è vecchia. Cosa ci puoi fare? E’ la vita. E se per colpa tua le hai tolto altri 5 o 10 anni di vita? Chi me lo dice a me che non me l’hai ammazzata tu perchè per te era una seccatura?
Continuo a pensare queste cose. Continuo a pensare che una delle persone a cui ho voluto più bene al mondo non c’è più. Non che pretendessi che vivesse in eterno. Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato, ma non così. Non con un’odissea di medicinali sbagliati alle spalle. Non con un senso di colpa di non avere fatto abbastanza. Di non essere stata medico io per poter capire che nell’ultimo periodo tutto era stato sbagliato.
Era una persona troppo bella. Difficile, testona, melodrammatica. Ma aveva un cuore grande come una casa. Era ingegnosa, una sarta dalle mani di fata, una donna a cui piaceva la musica che la vecchiaia le ha tolto dandole la sordità. Era una donna amata e che amava. Le volevamo bene noi nipoti. Tutta la sua famiglia.
Ora ci sentiamo un po’ soli. Perchè le sue “uscite” ilari erano portentose. Era capace di capire toma per Roma facendoti ridere fino alle lacrime.
Era convinta di disturbare. Sempre. Anche dopo ore e ore di discorsi a farle capire il contrario. Quando si convinceva di qualcosa ne uscivi sempre perdente.
Ora ci sta facendo piangere perchè ha deciso di mollare anche se ha lottato. Ci ha provato. Ma credo che fosse stanca negli ultimi giorni. Credo che non volesse più essere martoriata da aghi, tubi, medicine e monitor. Anche questa volta ha vinto lei. Credeva di disturbare in questo periodo che sto vivendo, non potendo i miei venire da me a Venezia con lei in ospedale.
Volevo che lei ci fosse. Volevo che conoscesse il piccolo alieno. Volevo che mi vedesse vestita di “bianco”. Erano cose che desiderava per me.
Adesso come faccio a fargliele conoscere?
Veglia su di noi nonna. Più ti penso. Più mi manchi.
