La bresaola sfiziosa

Signori e Signore è con sommo piacere che vi presento il mio salume preferito! Non c’è maiale che tenga per me… la bresaola di manzo è in assoluto l’affettato che preferisco ancor più della mortadella!

Partiamo dalle origini per conoscerla un po’, anche se ormai è in tutti i banchi di gastronomia d’Italia, forse non tutti sanno che fino ai primi decenni del Novecento era diffusa solamente nella zona di Sondrio. Tipico salume della Valtellina, per la precisione della Valchiavenna è ottenuto salando, essiccando e stagionando un filetto di bue o di manzo (in particolare dalle masse muscolari della coscia bovina; i tagli principali sono la fesa o punta d’Anca  che è anche la parte più pregiata, la sottofesa, il magatello ed il sottosso).
L’etimologia della parola è di origine incerta e potrebbe derivare dai termini dialettali “brasa” (brace) o “brisa” (riferito alla tecnica di salagione), ma dato che non è confutata questa origine, rimarremo con i nostri bei dubbi. Il prodotto finito (dopo più o meno 12 settimane tra lavorazione, stagionatura e insaccamento) ha forma cilindrica ed un colore rosso intenso, uniforme e un po’ più scuro ai bordi.
Parliamo del sapore… dolce e delicato allo stesso tempo. Che dire poi del profumo delicato e lievemente aromatico che ricorda il trattamento che riceve durante la stagione che rende questo prodotto unico.

Ed ora una ricettina super veloce per apprezzare questo salume. Ringrazio mamma per avermela insegnata, e anche se è veramente facile da realizzare, è comunque una carta vincente che spesso uso quando ho voglia di qualcosa di sfizioso.

“TORTINO” DI BRESAOLA

  • Min. 1 etto e 1/2 di bresaola tagliata sottile
  • Grana Padano
  • Noci
  • Olio extravergine di oliva
  • Succo di limone

Preparazione:
Scegliere come appoggio al nostro “tortino” un piatto da portata di grandezza media (esempio: piatto per la pizza). Il dosaggio del grana e delle noci è un po’ a piacere. A me piace che gli strati siano ricoperti omogeneamente, ma ripeto, la quantità è a scelta e molto variabile.

Grattuggiare il grana padano a scaglie, mentre le noci andranno tritate fini ma grossolanamente (così da non avere una poltiglia oleosa che andrebbe solo ad impaccare gli strati).
Una volta grattato e tritato prendere il piatto da portata e iniziare la procedura in sequenza:
- fettine di bresaola, fino a ricoprire il piatto
- noci, a ricoprire lo strato
- olio, passato un filo su tutto
- grana, a ricoprire lo strato
- succo di limone su tutto

E via così fino a conclusione del salume.
La decorazione a piacere con noci e grana o con riccioli di bresaola se ne avete lasciato qualcuno via.

"Tortino di bresaola"

"Tortino di bresaola"

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Sezione Luoghi: Bobbio città d’arte

“La zona di Bobbio era già abitata nell’Età della pietra e viene successivamente popolata da insediamenti liguri. Ai liguri subentrarono i Galli e poco dopo Bobbio entrò definitivamente nell’orbita Romana.
Il nome della città deriva dal torrente che lambisce l’abitato da sud.

[...]

Nel 614, il monaco irlandese Colombano giunge con i suoi discepoli a Bobbio il cui territorio gli è stato donato dal re longobardo Agilulfo. Questa donazione ha anche una valenza politica in quanto Bobbio controlla la grande carovaniera, la via del sale, che da Piacenza, lungo la Valtrebbia raggiunge Genova, caposaldo dei Bizantini”.

[...]

Lo stemma cittadino è costituito da una croce latina rossa in campo bianco, simbolo dei Visconti, e da due colombe bianche, una a destra e l’altra a sinistra nella parte alta e che si guardano tra loro, simbolo di San Colombano.

Ed ecco un po’ di storia in pillole sul borgo di Bobbio in piena Val Trebbia.
Questo paese incastonato nella natura ha più particolarità di quelle che sembra mettendoci piede. Se si va a leggere tutta la storia passata si scoprono leggende, unioni politiche e religiose, scambi commerciali e ricordi di tempi così antichi che non se ne ha fonte.

Quello che mi ha colpito di più sono stati il Duomo, il mosaico pavimentale all’interno dell’Abbazia di San Colombano mantenuto alla perfezione e il Ponte Vecchio (denominato Ponte Gobbo per il particolare profilo irregolare con 11 archi diseguali tra loro e posti a diverse altezze).
Purtroppo il Castello di Malaspina non abbiamo potuto visitarlo perchè chiuso all’ora che siamo arrivati, ma dicono che ci sia una veduta spettacolare e quindi sarebbe carino ritornarci solo per quello!!! :P

Il paese è molto caratteristico e considerato città d’arte, per quanto si potrebbe pensare il contrario, ma gli affreschi nelle chiese e il mosaico fanno rientrare di diritto il borgo in questa categoria.

Santuario di San Colombano

Piccola chiccha che ho trovato è una leggenda sul Ponte Gobbo, che però all’interno del borgo non ho trovato… ovvero che:

Nel medioevo, la costruzione di un ponte era un’opera di grande ingegno, considerata quasi prodigiosa. Per questo la costruzione dei ponti ha dato origine a molte leggende, che spesso avevano come protagonista il diavolo, in quanto congiungere due luoghi che la natura (e Dio) aveva voluto separati era vista da molti come un’opera “diabolica”. Una di queste leggende riguarda il Ponte Gobbo, detto anche Ponte Vecchio o ponte del Diavolo. La leggenda narra che San Colombano volesse costruire un ponte per unire le due sponde. Il Diavolo si offrì di costruirlo in una sola notte, a patto di possedere l’anima del primo che lo attraversasse. San Colombano accettò e il Demonio costruì il ponte con l’aiuto di un gruppo demoni di altezza e corporatura diversa, da cui la caratteristica gibbosità e l’irregolarità del ponte. Al mattino il monaco irlandese tenne fede alla parola data, ma visto che il ponte non era “normale” gabbò il demonio facendovi passare per primo un cane (una tradizione antica vede come animale sacrificale l’amico orso).

Ponte Gobbo

I luoghi d’interesse nel paese sono alquanto numerosi, ma io ne cito solo qualcuno così da far scoprire il resto nelle vostre gite:

  1. Abbazia di San Colombano (Basilica in piazza S. Colombano, Monastero e musei, Porticato e giardini di piazza S. Fara) (IX sec.)
  2. Ponte Vecchio o Gobbo (simbolo della città – epoca romana e successiva)
  3. Castello Malaspina-Dal Verme (XIV sec.)
  4. Duomo di Bobbio (Cattedrale di S. M. Assunta, Palazzo Vescovile, Antico seminario e Archivi storici Bobiensi) (XI sec.)
  5. Santuario della Madonna dell’Aiuto (XV sec.)

Posso inoltre aggiungere che vicino ci sono le Terme, il Passo Penice, la Cascata termale del Carlone di San Cristoforo, l’antico villaggio del Groppo (ruderi e ritrovamenti neolitici e liguri) che purtroppo non siamo riusciti a visitare.

Diciamo che con questi piccoli presupposti consiglio a tutti di prendere il borgo di Bobbio come meta per una bella giornata di storia, cultura, abbronzatura al fiume e arti curative!
Fatemi sapere! ^_^

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Sezione Luoghi: Grazzano Visconti

Come meta per tagliare i ponti dalla routine abbiamo scelto il borgo di Grazzano Visconti in provincia di Piacenza. Abbiamo scelto quel posticino perchè organizzavano una sagra per il solstizio d’estate che volevamo vedere e quindi, detto fatto.

Innanzi tutto un po’ di storia spicciola:

La Grazzano di oggi lega la sua storia a quella di una delle più celebri famiglie italiane “I Visconti di Milano”.
All’inizio del 1900, infatti, la località di Grazzano – non ancora Visconti – era conosciuta come una piccola frazione del comune di Vigolzone con uno smantellato castello caro a falchi e lucertole.

E’ il figlio di Guido, Giuseppe Visconti di Modrone (1879-1941) a pensare di esaltare i legami tra blasone di famiglia e i possedimenti piacentini concependo un progetto volto a sostituire le poche modeste costruzioni esistenti attorno al castello e alla chiesa parrocchiale di Grazzano con un complesso edilizio in stile quattrocentesco.
Trasformò, quindi, le poche cadenti case coloniche in fascinose dimore medievali. Rese disponibili nuovi alloggi, avviò una scuola di arti e mestieri, l’apertura di laboratori e botteghe artigiane crearono anche i presupposti per una attività turistica.
L’obiettivo del conte Giuseppe mirava a realizzare un borgo che oltre a fare degna cornice al castello, avesse in sé strutture utili ad assicurare lavoro ai giovani che terminavano i corsi di artigianato creativo del legno e del ferro battuto della nascente scuola di Grazzano.

***

Di venerdì sera, appena entrati nel borgo, la prima sensazione è di varcare un portale e di andare indietro nel tempo. Il silenzio assoluto ci circonda tanto che tutto è così immobile che sembra una città fantasma. Case in mattoncini, balconi stracolmi di gerani, glicini e edera, strade in selciato e sassolini, scorci e insegne da Medioevo rendono questo borgo un museo “vivente”.
Il sabato e la domenica invece il paese si anima e tutto sembra diverso. I negozi sono tutti aperti, la mano d’opera del luogo è legata al ferro, al legno e alla ceramica, e l’aria che si respira è talmente diversa che sembra di essere in un parco divertimenti.

Grazzano Visconti

Attrazione principale del borgo, oltre al borgo stesso, è il suo giardino con castello interno.
Dire bellissimo è poco.
Giuseppe Visconti (di cui ricordo il figlio Luchino, noto regista) ha fatto un lavoro eccezionale costruendo il paese, il castello, il labirinto dei bambini (figli del conte), la villetta per le figlie (una vera bomboniera in mezzo al parco) e una serie di chicche dietro l’altra che regalano scorci meravigliosi e atmosfere romantiche volute appositamente, com’era di moda all’epoca come visione controcorrente all’industrializzazione.
Fontane, statue, alberi orientali, sentieri e una moltitudine di fiori fanno rientrare questo giardino tra i più belli d’Italia.

Grazzano Visconti

Per tutte le informazioni riguardanti il paese andate qui: www.grazzano.it

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Il pangasio discusso

Ho comprato al supermercato il pesce pangasio. Per i profani è un pesce di acqua dolce della famiglia del “pesce gatto”.
Quando ho messo al corrente i miei amici che lo cucinavo per la sera, uno di loro, grande intenditore di prodotti ittici per passione e che stimo nei suoi giudizi, è insorto dicendomi che dovevo stare attenta perchè era un pesce che arrivava dal fiume Mekong in Vietnam, considerato uno dei fiumi più inquinati al mondo.

Presa dalla curiosità quindi, ho iniziato ad informarmi sulla sua provenienza, sulla sua natura alimentare e sulle notizie che davano di questo pesce.
In effetti è abbastanza bistrattato. L’ansia del luogo di provenienza ha fatto scattare la preoccupazione di molti, portando a scrivere addirittura che può nuocere alla salute.

Senza sottostare alle prime notizie ho continuato a scavare e sono quindi certa che la capacità di spaventare la gente senza informarsi prima è un vero cruccio della nostra società moderna. Così come trovo sia una piaga che la gente si faccia altrettanto spaventare senza accertarsi delle notizie che riceve.

Prendo quindi le difese di questo “pesciolino” tanto discusso, dicendo che se venduto e consumato nella giusta modalità è un prodotto decisamente buono! :)
In primis è povero di carboidrati, grassi e proteine e quindi perfetto per ricette dietetiche ancora meglio della sogliola.
In secondo luogo cito che:

“La Vietnam Food Administration è molto ligia nei controlli dei prodotti esportati da quelle zone, essendo per altro entrata nel WTO (World Trade Organization) solo nel 1996. Quindi, il Pangasio che arriva qui è di ottima qualità perché quello importato in EU non proviene dalle zone paludose del fiume, e sono solo le modalità di conservazione e vendita a renderlo un prodotto di qualità discutibile.”
(Fonte della citazione http://www.pangasio.it/)

E’ ovvio che se volete assaggiare il pangasio dovrete sceglierlo bene, ma questo vale per qualsiasi altro tipo di alimento… se no inizierei a fare una lista di prodotti sotto inchiesta, tra cui la conservazione del pesce fresco nei ristoranti che hanno in menu prelibatezze “a crudo”.
Ma dato che scrivo questo articolo per non fare polemica, ma solo informazione decido di fermarmi qui e di mettere, invece, la ricetta che ho usato per cucinare il MIO pangasio.

PANGASIO ALLA MEDITERRANEA

  • Filetti di pangasio
  • Pomodorini pachino
  • Farina di riso
  • Olio extravergine di oliva
  • Cipolla disidratata
  • Vino bianco
  • Spicchio d’aglio
  • Capperi
  • Spezie (origano, prezzemolo, timo, maggiorana)
  • Sale e pepe

Preparazione:
In una padella antiaderente e capiente fate scaldare l’olio e aggiungete la cipolla facendola rinvenire a fuoco lento.
Aggiungete poi lo spicchio d’aglio, sale, pepe, i capperi, le spezie e i pomodorini tagliati. Nel sughetto che si sarà formato aggiungete il vino bianco e lasciate un po’ evaporare.
Nel frattempo infarinate bene i filetti di pangasio e adagiateli nella padella. Lasciate cuocere a fuoco medio per 5 minuti per ogni lato. Mi raccomando girate i filetti delicatamente!!!
A questo punto starà a voi scegliere la cottura e la doratura che preferite e anche la quantità di “puccio” che volete. Basterà aggiungere un bicchiere d’acqua e vino.

Buon appetito!!! :D

Pangasio alla mediterranea

 

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